Orbital di Samantha Harvey - Abbiamo letto - ilRecensore.it
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Orbital di Samantha Harvey

Orbital

Sei astronauti viaggiano in orbita attorno alla terra, nell’ultima missione da compiere a bordo della stazione spaziale prima che venga smantellata. 

Vengono dall’America, dalla Russia, dall’Italia, dalla Gran Bretagna e dal Giappone, e hanno lasciato le loro vite dietro di sé per osservare la terra muoversi sotto di loro

Li vediamo nei brevi momenti di intimità in cui ricevono notizie da casa, contemplano le loro foto, preparano pasti disidratati, dormono a mezz’aria in assenza di gravità. 

E soprattutto, siamo con loro mentre studiano il silenzioso pianeta blu, su cui scorre intensa la vita da cui sono esclusi.

Vincitrice del Booker Prize 2024, Orbital è una vera dichiarazione d’amore nei confronti di una realtà, quale è la Terra, dalla quale non ci si aspetta d’essere contraccambiati.

Diceva Camus (cito a memoria): «la vera tragedia non è non essere amati, ma non essere in grado di amare». Non ci si aspetta che la Terra contraccambi il nostro amore dichiarato. Le dedichiamo una poesia (proprio come ha fatto Samantha Harvey con queste righe), ma non dobbiamo aspettarci nulla. La Terra è una realtà che vive anche senza noi, senza la nostra contemplazione, senza la nostra poesia. Eppure è impossibile non guardarla e non comportarsi nei suoi confronti con amore. Non è solo un discorso del tipo “è l’unica che abbiamo”.

Harvey non banalizza così la sua dichiarazione e la sua riflessione. È qualcosa di più. È una madre che ci contiene e ci lascia andare via, che si lascia osservare, che si fa oggetto. E forse ci è permesso farlo solo perché si possa ragionare bene sull’eccezionalità nostra.

Sotto l’occhio di Harvey anche l’umanità diventa speciale e i confini spariscono. 

Dei protagonisti di questa storia veniamo a conoscere le loro vite tra sogni realizzati, speranze messe a dura prova e duri addestramenti. Tra tanti particolari, Harvey mostra quanto siano simili, nonostante tutto, le vite di chi tiene i piedi a terra e di chi invece si trova senza gravità.

È come se chiarisse, una volta per tutte, il senso della vita.

Un senso che abbiamo, che conosciamo, ma che abbiamo sempre bisogno di mettere alla prova. Qualsiasi senso le si voglia dare, la vita mantiene una trama invisibile che ci unisce, che ci rende diversi e in questa diversità uguali.

È il caso di Nell. Nell e suo marito si scambiano di continuo foto fatte alla Terra, allo spazio, alla vita che quotidianamente si svolge sulla stazione; e foto fatte ai tramonti, ai fiori, a tutte quelle realtà che a Nell mancano. Nonostante lei viva come in una trappola, poiché gli spazi sono quelli, e lui invece viva in uno spazio all’apparenza senza confini, emerge l’idea che entrambi abbiano condiviso e condividano una vita simile senza rendersene conto. Insieme da sei anni e sposati da cinque, di cui quattro passati ad addestrarsi; pochi mesi passati di vita realmente condivisa, ora lui si ritrova a vivere in Irlanda, suo paese di nascita, in una casa ereditata e in compagnia di un gregge.

Harvey ci dipinge questa scena come se il marito fosse anche lui, a suo modo, un astronauta circoscritto in uno spazio. Ed è in questa circostanza che avviene uno scambio di battute in grado di annullare tutto e di rimescolare le vite: 

«E così gli aveva chiesto: Chi è il più misterioso tra noi due? E lui aveva risposto: Siamo un mistero tutti e due, ma in modo diverso. Tu hai la testa piena di acronimi, io di malattie delle pecore. Siamo un mistero l'uno per l'altro».

Harvey dà respiro alla fantasia, al pensiero, alla domanda perché? senza porla. A noi fa porre continui perché? e ci fa meravigliare di quanto la vita sia speciale nel suo porre le domande e nel non trovare mai una risposta in grado di far tacere definitivamente.

Qualcuno pensa mai alle sonde Voyager lanciate per lo spazio profondo con l’intento di farle intercettare da una civiltà extraterrestre? Lei ci ha pensato:

«Tra cinque miliardi di anni, quando la Terra sarà morta da tempo, una canzone d’amore sopravviverà ai soli spenti. La firma sonora di un cervello inondato d’amore passerà attraverso la nube di Oort, i sistemi solari, i meteoriti sfreccianti e l’attrazione gravitazionale di stelle che ancora non esistono».

Ci ha pensato e ne ha fatta, anche qui, poesia. Non più solo la Terra a sopravviverci, ma Beethoven, Stravinsky, il canto di una balena anche quando non esisterà più il nostro Sistema Solare e nessuno potrà più dare risposte alle domande che una civiltà aliena, messo per ipotesi che esista e che venga a contatto con Voyager, si porrà. 

Quasi come per gioco, una staffetta galattica senza possibilità alcuna di guardare negli occhi il testimone. Toccherà a qualcun altro indagare la propria solitudine nell’Universo (sempre ammesso che qualcuno, là fuori, oltre a noi, già non lo stia facendo). Orbital

 Un senso di costante stordimento accompagna tutta la lettura di Orbital, un libro dal ritmo rapsodico che racconta le impressioni di sei astronauti all’interno di una Stazione Spaziale Internazionale.

Li ho seguiti nella loro quotidianità, immergendomi in quell’assenza di gravità che rende tutto ovattato: pensieri, ricordi, dialoghi. Si parlano poco tra di loro, questi cosmonauti, usano la massima cautela nei rapporti interpersonali: “La loro regola tacita è non invadere. Con così poco spazio e privacy, tutti pigiati qua dentro a pestarsi i piedi, a respirare quell’aria logora per mesi e mesi. Non oltrepassare il Rubicone delle vite interiori degli altri”.

Li ho conosciuti pian piano attraverso i ricordi delle loro vite sulla terra: perdono madri, mentre sono nello spazio, meditano sui loro matrimoni infelici, osservano le fotografie portate con sé come reliquie, sentono la nostalgia di casa e insieme l’orgoglio per il proprio lavoro.

Sono dei ricercatori, dopotutto, con i loro esperimenti apriranno il cammino a quelli che li seguiranno. Soprattutto, osservano la Terra da una distanza siderale. Nella loro navicella i gabinetti sono differenziati per nazionalità: un bagno per i russi, uno per gli americani, europei e giapponesi.

Ma l’equipaggio pare infischiarsene di ogni divisione:

Se c’è una cosa che ci accomuna è l’aver accettato di non appartenere a nessun luogo e di adattarci a qualunque luogo pur di raggiungere questo veicolo quasi mitico, quest’ultimo avamposto senza nazione e senza confini che si ribella ai vincoli della vita biologica. Cosa c’entra una toilette? A che servono i giochetti diplomatici su una stazione spaziale, relegata alla sua orbita di dolce indifferenza? E noi? Siamo una persona sola. O almeno, per ora siamo una persona sola. Tutto quello che abbiamo lo riutilizziamo e lo condividiamo”.

Le divisioni non esistono, così come non esistono, da quella distanza, neanche i confini sulla terra.

Del resto, li avevano avvisati durante l’addestramento: “Non vedrete paesi, solo una sfera rotante che non conosce possibilità di divisioni, e tantomeno di guerre. E vi sentirete tirati in due direzioni simultaneamente. Euforia, ansia, estasi, depressione, tenerezza, rabbia, speranza, disperazione. Perché ovviamente sapete che le guerre abbondano e che la gente uccide e muore per i confini. Mentre quassù ci può essere il lieve e distante incresparsi della terra che suggerisce una catena montuosa o una vena che fa pensare a un grande fiume, ma nient’altro. Non ci sono muri o barriere – e nemmeno tribù, guerre o corruzione, né particolari motivi per cui aver paura”.

La terra, da lassù, è poco più che una biglia, all’interno di un universo privo di un centro. La attraversiamo, giorno e notte, insieme a loro: l’autrice è brava nel descrivere, con tecnica cinematografica, terre emerse, mari, oceani, tifoni, incendi.

L’infinitamente grande (l’universo) si intreccia, senza soluzione di continuità, all’infinitamente piccolo (la vita umana con le sue costellazioni di ricordi, speranze, paure). 

Veniamo colti, come capita all’equipaggio, da un senso di stupore e di meraviglia di fronte alle visioni della terra che ruota su se stessa. Albe e tramonti. Un giorno e ancora un altro. Diventiamo noi stessi parte dell’equipaggio quando veniamo colti da un senso di disgusto di fronte alle notizie veicolate da radio e tv (“Se ascoltano le notizie si sentono subito esausti e impazienti”).

Imparano, quegli astronauti, e noi con loro, che nell’universo non c’è un centro, che la terra è tutto e niente, splendore e miseria.

e che forse tutto il nostro sapere consiste in una conoscenza elaborata e in continua evoluzione della nostra estraneità, uno smantellamento dell’ego attraverso gli strumenti dell’indagine scientifica fino a che quell’ego non sarà ridotto a un edificio in rovina da cui filtra la luce”.

Ricordatevi della grandezza e della miseria umana, pare dirci l’autrice con questo libro, osservate i fatti dalla giusta distanza; trovatela, quella distanza, quando i vostri problemi vi sembreranno insormontabili.

Allargate lo sguardo. In fondo, nella vita, è tutta questione di prospettive.

Samantha Harvey è una scrittrice inglese, vincitrice nel 2024 del Booker Prize grazie al romanzo Orbital, pubblicato in Italia da NN Editore nel 2025.Nata nel Kent, ha completato il corso di specializzazione in scrittura creativa dell’Università di Bath Spa nel 2005 e conseguito un dottorato di ricerca. I suoi racconti sono apparsi su Granta e su BBC Radio 4.

Ha scritto inoltre recensioni per The Guardian e The New York Times e ha contribuito con saggi e articoli a The New Yorker, The Telegraph, The Guardian e TIME. È autrice di numerosi romanzi che sono stati candidati e hanno vinto vari premi letterari.

Autori

  • Luca de Vincentiis

    Sono Luca de Vincentiis, con la “d” minuscola (perché secondo il nonno paterno s’ha da scrivere così) e due sono le benedette “ii” alla fine del cognome. Nato a Sanremo, città dei fiori, della musica, di mare e dal meraviglioso clima, lavoro alla Ubik Sanremo libri (ex Mondadori e no, non è una Feltrinelli). Sono felicemente libraio e genitore di tre libri di poesia: “Alla ricerca degli istanti perduti”, Gruppo Albatros Il Filo, 2021; “Amore e discordia”, L’Erudita, 2022; “Fiori da ponente”, Edizioni Ensemble, 2024. Faccio parte di un collettivo di poesia che si chiama Il Vivaio del Verso e mi piacciono la fotografia, la pizza, la pasta col tonno, il vino rosso (non meno di 14 gradi) e la birra rossa. Mi piacciono anche altre cose. Sono Sagittario: ometto ma non mento.

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  • Donatella Vassallo

    Insegnante di professione, con una lunga carriera come giornalista, coltivo da sempre l’arte del dubbio e del silenzio. I libri mi permettono di entrare nelle vite altrui e di esplorarne i confini. Quando non leggo, cammino, corro o medito, nel tentativo di gustare fino in fondo ogni attimo del mio tempo. Sono molto selettiva nei gusti letterari: se vi consiglio un libro, vuol dire che mi ha fatto vibrare l’anima. E lo stesso vorrei succedesse anche a voi.

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