Joël Dicker A tu per tu con ilRecensore.it
Lunedì 17 marzo 2025. Ore 12.30
Milano, casa editrice La Nave di Teseo.
Siamo in tanti assiepati nella saletta in attesa che arrivi… Joël Dicker!

Finalmente, eccolo! E devo dire che è proprio una visione! Perché, oltre a essere molto alto, è anche molto carino! E, da una prima impressione, anche molto simpatico e alla mano.
È presente l’interprete perché, pur parlando un po’ di italiano, Dicker non se la sente di parlarlo per tutta la presentazione e dopo qualche parolina di saluti in italiano passa al francese, la sua lingua madre – lui di nazionalità svizzera.
Dicker inizia a raccontarci la genesi del libro e tante altre curiosità.
Questo è un libro diverso dagli altri che lo precedono, ma per lui appartiene sempre alla stessa grande famiglia. Per lui è un romanzo di continuità rispetto agli altri, non rappresenta una svolta. Era il libro che voleva scrivere.
Ma di cosa parla questo romanzo?
Alla Vigilia di Natale, una visita scolastica allo zoo si trasforma in una catastrofe. Cosa è successo esattamente? I genitori di Josephine, la bambina che aveva preso parte alla gita, e che sembra saperne molte cose, sono decisi a scoprirlo.
Ma una catastrofe non arriva mai da sola, le apparenze ingannano e la storia prenderà una piega che nessuno avrebbe potuto immaginare…
La catastrofica visita allo zoo tiene con il fiato sospeso fino alla fine, è un romanzo divertente e a tratti commovente. Un romanzo dalla tensione narrativa a cui ci hanno abituato i romanzi di Joel Dicker, ma che affronta temi di grande importanza, come la democrazia, l’inclusione, i rapporti tra genitori e insegnanti.
Questo romanzo in poche parole: una storia d’avventura per ragazzi, una presa di coscienza per gli adulti.
“Per anni, nella piccola città dove sono cresciuta, è rimasto impresso nella memoria degli abitanti il ricordo degli avvenimenti che ebbero luogo allo zoo locale un venerdì di dicembre, pochi giorni prima di Natale. E per tutti questi anni, nessuno ha saputo che cosa fosse realmente accaduto. Fino a questo libro.”
Quando ha iniziato a pensare a questo libro, Dicker non aveva un piano, ma sapeva di voler raccontare qualcosa e subito si è fatto una domanda. Come poteva raccontare quello che aveva in mente? Perché per lui, prima ancora di avere l’idea della trama, bisogna avere una narrazione e la voglia di scrivere, altrimenti il lettore se ne accorgerà.
È partito subito dal personaggio della ragazzina, Josephine, dalla protagonista. Ha scelto una ragazzina – e non un ragazzino – perché, essendo padre di un maschio e di una femmina, ha pensato che la ragazzina sarebbe stata più in grado di fare l’investigatrice. Inizia, allora, a farla parlare ma senza sapere ancora bene cosa avrebbe detto e/o fatto.
Ci racconta che si è ricordato che tanto tempo fa aveva scritto un piccolo racconto su un poliziotto che andava in una scuola per insegnare a far attraversare i bambini sulle strisce pedonali. Quindi, ha voluto riutilizzare questa storia.
Ha iniziato a unire tutte le piccole idee che gli erano venute e ha cercato di capire come metterle insieme per creare una storia unitaria.
Anche l’idea di dare un registro umoristico alla protagonista gli è venuto fin dall’inizio e gli ha dato modo di farla parlare di temi anche difficili. Perché con questo romanzo ha voluto raccontare, attraverso Josephine, i lati meno belli degli adulti: di quando gli adulti, per esempio, gli adulti lanciano giudizi senza poi mettersi in gioco.
All’inizio aveva in mente che ogni piccolo capitolo, al momento scollegato dagli altri, si concludesse con una piccola catastrofe.
Poi ha pensato di creare un legame tra tutti questi piccoli capitoli facendo in modo che ogni catastrofe si legasse al capitolo successivo per arrivare, infine, alla catastrofe finale della visita allo zoo.

Infine, ha pensato di aggiungere a tutto ciò un’indagine. Ma senza un omicidio. Nulla di cupo. Perché questo libro lo avrebbero letto anche i bambini.
Ma senza un omicidio, su cosa si sarebbe basata l’indagine? Una rapina? No…Un incendio? No…Ha pensato, alla fine, a un allagamento.
Da qui è partito il lavoro di scrittura.
Ci svela che, quando lo ha concluso, si è chiesto chi avrebbe letto questo romanzo. Allora ha fatto una copia e lo ha dato a suoi conoscenti, adulti e bambini e tutti lo hanno apprezzato, ciascuno per il proprio grado di comprensione.
Si è, quindi, reso conto che poteva essere letto e condiviso da tutti. Tant’è che molti insegnanti gli hanno rivelato di averlo fatto leggere ai loro alunni.
Per lui, questo libro ha significato l’opportunità di far leggere tutti, dai 9 ai 99 anni, e di far venire voglia di leggere.
«Ho cercato, con modestia e umiltà – precisa – di scrivere un libro che potesse essere letto e condiviso da tutti i lettori, chiunque essi siano e ovunque si trovino, dai sette ai centovent’anni […] Un libro che faccia venir voglia di leggere e da far leggere a tutti, senza distinzioni»
Joël Dicker potrebbe andare avanti a parlare per ore, ma si ferma e iniziamo a fargli domande.
Nel romanzo la protagonista Josephine va in una scuola ‘speciale’ – “dove si mettono i bambini che non vanno nelle altre scuole” – ma l’idea della scuola speciale è venuta già in corso di scrittura o fin dall’inizio per introdurre il tema della diversity?

Dicker ci racconta che, quando si è reso conto che il libro che stava scrivendo sarebbe stato più lungo di quanto avesse inizialmente pensato, ha voluto lasciare lo spazio per la stupidità degli adulti e allo stesso tempo trovare il modo di far passare il concetto dello stare in mezzo a qualcun altro diverso da noi e per fare ciò ha pensato alla parola ‘speciale’.
Continuano le domande.
Com’è stato spogliarsi delle sovrastrutture di un adulto e mettersi nei panni di un bambino?
Dicker risponde che non si è posto questa domanda, altrimenti non avrebbe neanche scritto il libro, ma ha capito fin da subito che avrebbe potuto funzionare quello che stava scrivendo.
È partito dal far rimettere in questione gli adulti e si è calato in loro mettendo tutto ciò negli occhi di Josephine, ma senza l’interazione fondamentale tra adulti e bambini non crede che avrebbe potuto funzionare.
Qual è il messaggio che vorrebbe arrivasse ai bambini?
Questo è un libro per adulti e per bambini ed è importante che i bambini inizino a capire che la lettura può essere qualcosa di divertente e non noioso, è importante che i bambini acquistino l’abitudine a leggere, in modo metodico, tutti i giorni, solo così possono coltivare il piacere della lettura.
Qual è il libro che ti ha segnato da piccolo?
Prima ancora di un libro che ha letto, lo hanno segnato i libri che gli sono stati letti da piccolo, per esempio Roal Dahl. Da adolescente si è avvicinato a Ken Follett che ha letteralmente divorato.
Questo è un libro diverso dagli altri suoi precedenti. Non ha avuto paura della delusione dei suoi lettori?
Quando si cerca di anticipare l’attesa altrui, si è sempre delusi. Il fattore più importante è l’autenticità e questo era il libro che volevo scrivere. Questo libro, poi, mi ha consentito di far capire al lettore che si può leggere anche altro, uscendo dalla propria comfort zone. Credo che questo libro mi permetterà di stringere un legame più forte con i lettori, non voglio che si sentano traditi.
Il tempo è trascorso velocemente e l’evento è giunto al termine.
Rimane qualche istante per fare le foto con tutti e salutarci.
Qualche mia piccola annotazione finale.
Questo è un libro che chiaramente e dichiaratamente si scosta dagli altri suoi precedenti. Chi ha letto La verità sul caso Harry Quebert o Il libro dei Baltimore o ancora Il caso Alaska Sanders non ritroverà quelle atmosfere da noir – inutile girarci troppo intorno.
Con La catastrofica visita allo zoo, Joël Dicker abbandona i toni del thriller e conduce il lettore per mano verso un altro tipo di lettura, più divertente, meno impegnativa, più scorrevole, più leggera, più accogliente, che strappa risate ad ogni capitolo fino alla fine con…la catastrofica visita allo zoo. L’ho trovato esilarante. Sicuramente adatto ad un pubblico più giovane.
D’altronde Dicker stesso ha affermato “Io sono Harry Quebert, ma sono anche Josephine”.